Come distinguere i fatti dalle bugie nell’era della post-verità: l’analisi di Andrea Pennacchioli
La comunicazione politica e l’informazione giornalistica stanno attraversando una metamorfosi senza precedenti, accelerata dall’algoritmo dei social network e dall’avvento dell’intelligenza artificiale. In questo scenario fluido e polarizzato, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è semplicemente plausibile. Durante l’ultima puntata di Newzgen, è stato ospitato Andrea Pennacchioli, giornalista di La7 e conduttore diOmnibus, per presentare il suo nuovo libro intitolato “Verosimile. Perché non sai più distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua)” (con la prefazione di Enrico Mentana). Un’opera che si rivolge in particolare alle nuove generazioni per offrire una bussola critica contro la disintermediazione e le trappole della post-verità.
Le origini del saggio e la crisi dell’informazione
Andrea, che cosa ti ha spinto a scrivere un libro incentrato sulla sottile linea che separa il vero dal plausibile?
È un’esigenza che covavo dentro sin dai tempi della pandemia di Covid-19, quando ho iniziato a notare una preoccupante deriva. Vedevo persone convinte che il virus fosse una farsa o che i vaccini nascondessero microchip, mentre in televisione alcuni programmi invitavano figure discutibili solo per fare ascolti. Da giornalista che lavora da vent’anni a La7, assisto quotidianamente alla più grande crisi dei media tradizionali dalla loro nascita. Viviamo nell’epoca della totale disintermediazione, dove il ruolo del giornalista come filtro e garante dei fatti è entrato in forte crisi. Con il mio libro Verosimile ho voluto mettere un piccolo mattoncino per aiutare a comprendere che siamo immersi nella post-verità, un concetto formulato ormai dieci anni fa ma oggi incredibilmente attuale a causa della polarizzazione dei social.
Il sottotitolo recita: “Perché non sai distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua)”. Se non è colpa del lettore, di chi è la responsabilità?
La verità è che io credo profondamente nelle singole persone, non nelle masse. Le fake news e la propaganda non sono un’invenzione degli ultimi dieci anni; sono vecchie quanto l’essere umano, basti pensare al mito della caverna di Platone. Oggi, però, il problema è che facciamo filtrare la nostra intera esistenza attraverso le nuove tecnologie, sostituendo il fattore umano. Persino l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV pone l’uomo al centro. Oggi l’intelligenza artificiale rappresenta una risorsa straordinaria ma anche un rischio enorme, se usata senza consapevolezza. Non è colpa del cittadino se i meccanismi tecnologici sono progettati per catturare la sua attenzione manipolando le sue emozioni.
La politica del consenso immediato e il “semplicismo” dei social
Nel libro parli del ruolo della politica in questo ecosistema digitale. Come si sta adattando la classe dirigente a queste dinamiche?
La politica si trova esattamente al centro di questo cortocircuito. Lavorando nella redazione del telegiornale e a Omnibus, mi confronto con la politica tutti i giorni. Il problema principale è che oggi i politici comunicano utilizzando lo stesso linguaggio semplificato e polarizzante dei social network. Questa dinamica produce una deriva pericolosa che io chiamo “semplicismo”: la tendenza a fornire risposte elementari a problemi che invece sono estremamente complessi, come ad esempio il fenomeno migratorio. La classe politica attuale non ha le spalle abbastanza larghe per affrontare le vere sfide strutturali, perché è costantemente alla ricerca del consenso immediato, con un orizzonte temporale che spesso non supera il giorno successivo.
Qual è l’argine più efficace contro questa progressiva deriva semplificatoria e ingannevole?
L’unico vero argine è la consapevolezza dei cittadini. Per me, l’atto di inserire una scheda elettorale nell’urna è qualcosa di sacro ed è fondamentale che le persone comprendano dove stiamo andando. Oggi il potere reale è concentrato nelle mani di pochissimi player globali del calibro di Elon Musk, Bill Gates o Peter Thiel, che controllano l’evoluzione dell’intelligenza artificiale e iniziano persino ad acquistare testate giornalistiche per ottenerne l’autorevolezza. Cito un aneddoto divertente: un noto quotidiano ha recensito il mio saggio e, in calce all’articolo, c’era scritto che il testo era stato elaborato da un’intelligenza artificiale. Il cerchio si chiude. Io stesso uso questi strumenti in redazione e sono eccezionali, ma non devono mai sostituire l’analisi e il dubbio tipici del fattore umano.
Il futuro dei media e l’importanza del giornalismo d’inchiesta
Nel saggio esprimi fiducia nelle nuove generazioni, ma come vedi lo scenario dell’informazione nei prossimi dieci anni?
Il mio non è affatto un libro negativo, bensì un invito alla presa di coscienza. Le nuove generazioni avranno in mano il futuro e io confido molto in loro. Certamente fare informazione di qualità e inchiesta costa moltissimo, sia in termini di tempo che di risorse economiche. È questo il motivo per cui in televisione non si fanno quasi più le grandi inchieste di una volta, sostituite dall’intrattenimento on-demand o da ricostruzioni storiche. Abbiamo avuto grandissimi maestri come Andrea Purgatori, che ha svolto un lavoro monumentale sul caso di Ustica o sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Tuttavia, oggi il giornalismo d’inchiesta sul campo è quasi scomparso: anche i corrispondenti di guerra sono spesso “embedded”, ossia filtrati dalle linee ufficiali degli Stati. C’è troppa improvvisazione.
In conclusione, a quale pubblico specifico hai pensato mentre scrivevi queste pagine?
Spero vivamente che siano i ragazzi più giovani a leggerlo. Mi rivolgo prevalentemente a chi oggi ha vent’anni, affinché comprenda che i social e l’algoritmo non sono l’unico modo possibile di interpretare la realtà. Il libro vuole stimolare il dubbio e la curiosità intellettuale, spingendo a non accontentarsi di ciò che appare semplicemente Verosimile a prima vista, ma a ricercare costantemente la complessità dei fatti.