“Vasco è Vasco”: la tesi di laurea che spiega il mito di Vasco Rossi
Il successo di un artista si misura dal numero di dischi venduti, ma la consacrazione di un mito si definisce quando il suo nome diventa sinonimo di un intero immaginario collettivo. Ai microfoni di Newzgen Alice Francesconi ha raccontato cosa l’ha spinta a scrivere la tesi “Vasco è Vasco: analisi socio-semiotica della persistenza di un mito contemporaneo. Con uno sguardo interno al tour Vasco Live 2026”. Il lavoro accademico esplora le ragioni per cui il Vasco Rossi sia riuscito a entrare in modo così trasversale e definitivo nel cuore di generazioni differenti, trasformando il proprio nome in una tautologia indiscutibile: perché, per l’appunto, “Vasco è Vasco”.
Una sfida accademica nata quasi per gioco
Alice, come ti è venuta l’idea di proporre una tesi di laurea su un fenomeno musicale così imponente?
È nato tutto quasi per caso durante l’estate, mentre parlavo con le mie compagne di università Rebecca e Martina alla ricerca di un argomento per la tesi. Rebecca, quasi scherzando, mi ha suggerito di farla su Vasco Rossi. All’inizio pensavo che non fosse una tematica abbastanza accademica, così l’ho presentata come un semplice piano B alla mia relatrice, la professoressa Benedetta Baldi. Lei, invece, ha respinto il mio piano A e mi ha detto che se avessi voluto laurearmi a luglio con lei avrei dovuto fare la tesi su Vasco. È stata una sfida bellissima perché non c’era molta bibliografia diretta, quindi ho dovuto applicare modelli teorici generali al nostro caso di studio. Inoltre, molti docenti ci hanno ricordato che oggi la distanza tra cultura alta e cultura bassa è ormai superata; l’importante non è l’argomento in sé, ma il rigore metodologico con cui lo si analizza.
Come sei riuscita a entrare nel vivo dell’esperienza pratica per comprendere questo fenomeno?
Il momento di svolta è stato quando ho avuto l’opportunità di mettermi in contatto con Tania Sachs, la storica responsabile della comunicazione di Vasco Rossi. Grazie a lei ho potuto partecipare alla “data zero” del tour, ovvero la giornata in cui si concentrano le conferenze stampa e tutte le attività destinate ai giornalisti. Poter osservare da vicino un dietro le quinte così complesso e organizzato è stato straordinario. Mi ha permesso di studiare sul campo i meccanismi di un evento che muove migliaia di persone, unendo la teoria dei libri alla realtà di un rito collettivo.
Decostruire il mito: la semiotica dietro l’artista
Dal punto di vista semiotico, quali risposte hai individuato nel corso della tua ricerca?
Ho cercato di decostruire il fenomeno applicando la teoria del mito del filosofo e semiologo Roland Barthes. In semiotica, un segno è composto dall’unione di un significante e di un significato. Il meccanismo del mito prende un significato esistente, lo svuota del suo primo significante e vi proietta un nuovo valore superiore. Nel caso di Vasco Rossi, l’artista cessa di essere semplicemente una persona che canta e diventa il simbolo di un immaginario condiviso fondato su concetti come la libertà, la trasgressione e il rifiuto del perbenismo. Si arriva così alla formula tautologica “Vasco è Vasco”: un’affermazione che definisce e giustifica se stessa, imponendosi come naturale senza bisogno di ulteriori spiegazioni, anche a distanza di cinquant’anni.
Questa condivisione di valori è ciò che permette di unire generazioni diverse sotto lo stesso palco?
Esatto. Nei suoi concerti si radunano giovani e adulti che condividono immediatamente la stessa atmosfera e gli stessi codici, anche senza conoscersi. I testi di Vasco Rossi hanno ridefinito parole come l’amore o la libertà, influenzando il modo in cui guardiamo il mondo circostante, persino in chi non ascolta attivamente la sua musica. Quando ho proposto questa tesi anticonvenzionale, l’ho fatto proprio perché sentivo dentro di me quel senso di libertà che lui racconta da sempre. Portare alcune mie amiche ai concerti e vederle appassionarsi subito dopo aver vissuto quell’esperienza è stata la prova tangibile di questa incredibile forza aggregativa.
Il successo sui social e i piani per il futuro
Il tuo lavoro ha attirato l’attenzione dello staff dell’artista, fino ad arrivare a un post di apprezzamento sul profilo ufficiale. Come hai reagito?
È stato del tutto inaspettato. Avevo inviato la tesi a Tania Sachs per correttezza e per ringraziarla del supporto, ma non avrei mai immaginato che la mia foto con la tesi finisse direttamente sul canale Instagram ufficiale di Vasco Rossi. Me ne sono accorta perché il mio telefono ha iniziato a ricevere una quantità impressionante di notifiche da parte dei fan che mi avevano rintracciata online. Solo in quel momento, aprendo l’applicazione, ho visto il post in cima al mio feed. È stata un’emozione indescrivibile e una grandissima soddisfazione.
Curiosità finale: quale sarebbe stato l’argomento del tuo piano A se non avessi scelto questa tesi?
Il progetto iniziale riguardava un’analisi semiotica della perdita di colori nel marketing moderno. Volevo studiare come mai molti brand famosi stiano abbandonando i colori accesi del passato in favore di design minimalisti dominati dal grigio e dal bianco. È un fenomeno visibile anche nel cinema o nell’arredamento contemporaneo. Non l’ho sviluppato perché alla fine la professoressa ha preferito concentrarsi sull’analisi di Vasco Rossi, ma è un tema che trovo comunque molto interessante. Ora, dopo un breve periodo di riposo estivo, valuterò se proseguire il mio percorso con una laurea magistrale o con un master di specializzazione.