Giulio Gaudiano: “In atto la tiktokification di Spotify, ma il podcast è intimità”

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Redazione

La trasformazione dell’audio digitale tra algoritmi e video: l’analisi di Giulio Gaudiano

Il mondo dell’audio digitale sta vivendo una profonda metamorfosi tecnologica e culturale che ne sta ridisegnando i confini storici. Ai microfoni di Giulio Gaudiano, figura di riferimento del settore in Italia ed fondatore di Assipod (Associazione Italiana Podcasting) ha descritto l’evoluzione del mondo del podcasting e l’avvio di una nuova fase caratterizzata dalla “tiktokification” delle piattaforme di streaming,

Le tre stagioni dell’audio on-demand

Giulio, puoi riassumere le tappe fondamentali che hanno portato questo medium dalle origini fino a oggi?

Dobbiamo guardare a una storia che dura ormai da più di vent’anni, da quando questa tecnologia è stata introdotta nel 2003 unendo la distribuzione via feed RSS alla fruizione on-demand su dispositivi personali come l’iPod. Nei primi quindici anni abbiamo assistito a una crescita lenta e costante, sotto l’egida quasi esclusiva di Apple. È stata un’era pionieristica, intima e priva di metriche pubbliche, molto simile al mondo dei libri: l’utente sceglieva cosa ascoltare solo in base all’interesse personale e al passaparola. La seconda fase è iniziata con l’ingresso di colossi come Spotify, Amazon (con Audible), YouTube e persino Twitch. In quel momento si è cercato di applicare a ogni podcast le stesse identiche dinamiche degli altri social media, puntando tutto su algoritmi e grandi volumi di ascolto. Oggi siamo entrati ufficialmente nella terza fase, caratterizzata dalla socializzazione e dalla videificazione del contenuto.

Questa transizione verso il video rappresenta davvero un passo in avanti per i creatori e per gli utenti?

Se vogliamo essere del tutto onesti, l’espressione “video podcast” è spesso una definizione strategica per nobilitare un formato che su YouTube esiste da sempre con il nome di talk show. Personalmente ho provato a trasformare le mie produzioni in video e ne ho toccato con mano i limiti. Il video toglie quella straordinaria forza legata all’ascolto puro: l’assenza di immagini costringe chi ascolta a usare la propria immaginazione, rendendolo coautore del contenuto, proprio come accade quando si legge un libro. Inoltre, produrre in formato video è dieci volte più complesso e costoso. Richiede set, luci e montaggi elaborati che spesso non aggiungono alcun valore reale al messaggio, finendo anzi per ridurre la soglia di attenzione e la disponibilità all’ascolto profondo su tempi lunghi.

La frammentazione dei contenuti e il fenomeno delle clip

Come sta influendo la necessità di creare contenuti brevi e condivisibili sulla struttura stessa delle registrazioni?

È in atto un processo di forte atomizzazione del contenuto. Le piattaforme spingono i creator a estrarre clip e brevi video verticali per intercettare gli utenti che scrollano le anteprime su Spotify o TikTok. Persino trasmissioni radiofoniche di enorme successo, che poi vengono distribuite come podcast, vengono ormai strutturate dagli autori in blocchi pre-tagliati e facilmente condivisibili sui social. Questo approccio basato sulla continua frammentazione finisce inevitabilmente per semplificare e rendere superficiale la comunicazione. Si perde la complessità del ragionamento e quella preziosa sospensione del giudizio che è tipica di una vera e approfondita conversazione umana.

Di fronte a questa deriva algoritmica, qual è la strada da seguire per preservare l’essenza di questo strumento?

L’unica vera alternativa è rimettere al centro l’umanità e la parola parlata, pensata e ascoltata. Se ci pieghiamo alle regole delle macchine e degli algoritmi, l’intelligenza artificiale finirà per sostituirci del tutto: potrei tranquillamente creare un avatar che realizza clip perfette di un minuto e mezzo mentre io sono al mare. Il valore autentico risiede invece nella diversità e nel disaccordo che generano ricchezza. Anche la scelta tra quantità e qualità è decisiva. Ad esempio, il mio show Professione Startup registra tra i 1.000 e i 2.000 ascolti a puntata, ma l’impatto reale è altissimo: tra quegli ascoltatori può esserci l’investitore che fa la differenza per l’ospite. Grazie a questa relazione di fiducia e al sostegno della community su Patreon, ho raccolto oltre 100.000 euro senza inseguire i milioni di visualizzazioni.

Il passo indietro in Assipod e i prossimi appuntamenti del settore

Di recente hai scelto di non ricandidarti come presidente di Assipod. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Credo molto nel valore della democrazia dell’alternanza all’interno degli enti del terzo settore, dove l’unione dei pensieri e delle esperienze fa la forza. Assipod conta oggi oltre 450 associati tra creatori e piattaforme ed era fondamentale dare spazio a nuove energie per evitare la creazione di autocrazie. Sono felice che la nuova presidente sia Adriana Migliucci e che il consiglio direttivo sia a prevalenza femminile. Quando sei l’iniziatore di un progetto è difficile che gli altri mettano in discussione la tua visione. Lasciare la presidenza è un modo per rimettere in circolo la partecipazione attiva e farsi contaminare da idee diverse.

Quali saranno i prossimi appuntamenti per la community e cosa dobbiamo aspettarci per l’autunno?

Il 30 settembre celebreremo l’International Podcast Day con un evento dal vivo a Roma. Successivamente, a inizio ottobre, si terrà il Festival del Podcasting, di cui Assipod è partner. La direttrice artistica Ester Memeo ha impostato un programma eccellente: il venerdì sarà interamente dedicato alla industry e ai professionisti per favorire networking e collaborazioni, mentre il sabato sarà rivolto ai content creator. Non mancherà la sezione dedicata ai progetti emergenti, nata proprio per dare spazio e voce ai giovani che hanno appena lanciato il proprio podcast e vogliono presentarlo al pubblico.