Lorenzo Trane: “Il nostro progetto scava nell’ascolto, perché a ottant’anni le persone non hanno più nulla da perdere”

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Redazione

Il Senso Delle Cose: come Lorenzo Trane racconta l’umanità attraverso il suo progetto

In un’epoca in cui la quotidianità corre veloce e le piattaforme social sono spesso dominate da contenuti superficiali o da dinamiche di scontro, esiste chi sceglie di fermarsi per strada a dialogare. Durante l’ultima puntata di Newzgen, è stato intervistato Lorenzo Trane, ideatore del progetto Il Senso delle Cose“. Attraverso interviste spontanee condotte nel cuore di Roma, l’iniziativa raccoglie riflessioni profonde e intime sull’amore, il dolore, la solitudine e la felicità, dimostrando come l’ascolto sincero possa unire persone dai vissuti apparentemente distanti.

Dall’esigenza personale al lavoro di squadra nel centro di Roma

Com’è nata l’idea di scendere in strada e porre domande esistenziali ai passanti?

Il progetto è nato da un’esigenza strettamente personale, in un momento in cui mi sentivo in estrema difficoltà e continuavo a pormi domande a cui non riuscivo a dare risposte. Ho pensato che il modo migliore per trovarle fosse chiedere a persone diverse da me, provenienti da contesti differenti. Il centro di Roma, con il suo immenso flusso di umanità, si è rivelato il luogo ideale. Inizialmente ero da solo, ma oggi siamo un team strutturato di otto persone, tra cui addetti alla ricerca delle storie, alla regia, alle riprese e al montaggio. Abbiamo capito che questo materiale, condiviso anche attraverso formule come il podcast, aiuta i fruitori a sentirsi molto meno soli, rispecchiandosi nelle fragilità e nelle testimonianze degli altri.

Come riesci a individuare le persone giuste da intervistare e a farle aprire davanti alla telecamera?

Il mio socio, che si occupa della parte tecnica, dice ironicamente che sono un “cecchino” nel trovare chi ha una fragilità o una storia da raccontare. Credo dipenda da una mia naturale predisposizione all’ascolto e all’osservazione. A differenza di molti giornalisti che fanno domande mirate a ottenere una risposta specifica per incasellare l’intervistato, io non seguo alcuna scaletta. Mi avvicino, chiedo se posso fare una domanda e lascio che la conversazione fluisca in modo unico e spontaneo. Spesso le persone, mentre l’altro parla, pensano già a cosa dire dopo; io invece cerco di rimanere nell’ascolto puro per capire davvero ciò che mi viene comunicato.

La convivenza sui social e il passaggio al formato podcast

Ti sei mai chiesto come possano convivere sulle stesse piattaforme social la gentilezza dei vostri video e l’odio brutale?

Credo che i social siano lo specchio fedele dell’umanità, la quale contiene sia l’amore che la violenza. Siamo attratti dalle emozioni forti: guardiamo con commozione una proposta di matrimonio così come osserviamo due persone che litigano in strada. Non considero un’emozione intrinsecamente migliore di un’altra; anche la rabbia e la paura sono fondamentali per imparare a conoscersi. L’algoritmo funziona in modo simile alla nostra attenzione: se decidi di voler comprare un cane bassotto, inizierai a notare tutti i bassotti in giro per strada. I social ci mostrano semplicemente ciò che in qualche modo fa già parte di noi.

Come si sostiene economicamente il vostro progetto e quali sono i canali di sviluppo futuri?

Sotto il profilo economico ci finanziamo attraverso collaborazioni con brand e agenzie che ci commissionano la narrazione di eventi o progetti specifici. Lo switch decisivo è avvenuto quando un nostro reel ha raggiunto 14,5 milioni di visualizzazioni in modo del tutto organico, senza alcuna sponsorizzazione a pagamento. Questo ci ha confermato la validità della strada intrapresa. Oltre alle interviste street di un minuto, stiamo diversificando i contenuti: a fine luglio inizieremo a registrare le puntate del nostro nuovo podcast in studio, e stiamo sviluppando la serie “Fuori posto”, in cui mi immergo in prima persona in realtà lontane dalla mia quotidianità per raccontarle dall’interno.

Dal calcio storico alle corsie d’ospedale in Ucraina

In cosa consiste la serie “Fuori posto” e quali micromondi avete esplorato finora?

Vogliamo esplorare realtà particolari vivendole direttamente. Abbiamo appena finito di girare con i ragazzi del calcio antico romano, uno sport di eccezionale impatto fisico e agonismo, per comprendere cosa spinga un atleta a battersi a mani nude senza alcun compenso. Successivamente saremo a Ravenna per partecipare a un tour itinerante dedicato ai single, e vivremo per una settimana all’interno di un ecovillaggio. Questi reportage, che integrano la nostra offerta video e il lavoro svolto con il podcast, avranno una durata di circa mezz’ora e analizzeranno contesti sociali poco conosciuti.

Sarete anche in Ucraina a fine agosto; come vi state preparando a un’esperienza così complessa?

Saremo in Ucraina per collaborare con l’associazione “Sogno nel cassetto”, visitando i reparti oncologici pediatrici. È impossibile prepararsi emotivamente a una realtà simile prima di trovarvisi davanti. Andremo lì per passare del tempo con i bambini, chiacchierare e provare a portare un sorriso, un’esperienza che si preannuncia estremamente forte. Personalmente mi considero fortunato: ho avuto la possibilità di studiare, di avere genitori che mi amano e di poter sbagliare, un privilegio che purtroppo non è concesso a tutti. Questa consapevolezza mi spinge a voler dare voce a chi ne ha più bisogno.

Perché gli anziani si aprono più dei giovani

Come mai la maggior parte dei protagonisti dei vostri video più toccanti appartiene alla terza età?

Gli anziani hanno vissuto vite più lunghe e hanno avuto il tempo necessario per analizzare e comprendere le proprie esperienze. Spesso i giovani hanno timore del mezzo social, temono che una clip possa diventare virale e danneggiare la loro reputazione. Inoltre, un ottantenne si trova spesso a fare i conti con la solitudine o con la noia dello stare, senza la distrazione costante degli smartphone. A quell’età non si ha più nulla da perdere e viene meno la necessità di apparire o di nascondere i propri sentimenti per conformarsi alle aspettative della società. Questo li rende incredibilmente disposti a stabilire un dialogo autentico, che va ben oltre la classica intervista.