Le vite degli altri: il viaggio introspettivo e live dei Malamore
Dalla Puglia con un nuovo carico di energia erosiva. Dopo il debutto più intimo di qualche anno fa, i Malamore tornano sulle scene il 27 marzo con il loro secondo album in studio, Le vite degli altri. Un lavoro che prende in prestito il titolo dal celebre film sullo spionaggio per trasformarlo in un’indagine psicologica e sociologica sulla realtà che ci circonda. Matteo e Osvaldo raccontano la genesi di questo progetto, la sfida di essere una band nel mercato di oggi e il valore insostituibile della dimensione live.
D: Ragazzi, il vostro nuovo album si intitola “Le vite degli altri”. C’è un legame profondo con il cinema o è solo una suggestione?
R: Il titolo è rimasto impresso a Osvaldo per anni. Nonostante il film tratti di spionaggio, per noi è diventato un mezzo per raccontare storie di padri, madri e fratelli; un modo per guardare fuori e, allo stesso tempo, dentro noi stessi. Rispetto al primo disco, che era molto introverso, in questo lavoro dei Malamore abbiamo messo tutta la nostra carica “live”, quella parte estroversa ed energica che ci definisce sul palco.
D: Come nascono i Malamore e qual è il segreto del vostro equilibrio come gruppo?
R: Nasciamo nel 2018 da un’amicizia profonda e dalla scoperta di una canzone di Enzo Carella. Prima eravamo musicisti che collaboravano al progetto solista di Osvaldo, ma abbiamo capito presto che la dimensione del “cantautore con la band” non ci apparteneva. Siamo una famiglia: litighiamo tanto perché ognuno ha la sua visione, ma ci capiamo con uno sguardo. Questa complicità è ciò che portiamo sul palco ed è la nostra vera forza creativa.
D: Avete espresso una posizione molto netta contro i talent show. Perché?
R: Crediamo che saltare i passaggi sia pericoloso. Il talent ti regala una popolarità immediata, un “fuoco di paglia” che rischia di spegnersi se non hai alle spalle un investimento massiccio. Quando il pubblico ti vede in TV, l’aspettativa diventa altissima e se poi torni a suonare nelle sagre o nei piccoli club, rischi di perdere credibilità. Noi preferiamo prenderci il nostro pubblico mano a mano: oggi 10 persone, domani 20, costruendo un legame reale e duraturo.
D: In un mercato dominato dallo streaming, che spazio c’è oggi in Italia per una band emergente?
R: È faticoso. Spesso veniamo respinti perché essere in quattro è logisticamente difficile per i piccoli booking. Il mercato digitale paga pochissimo; anche i big fanno fatica a vivere di sole vendite. Per i Malamore, la soluzione è la promozione live. È l’unico modo per fare rete, creare uno zoccolo duro di fan e reinvestire nel progetto. Il mondo analogico dei concerti è l’unico che regge davvero e che non ti tratta come una moda passeggera dei social.
D: Dove potremo ascoltarvi dal vivo nei prossimi mesi?
R: Saremo in giro per la Puglia e non solo. Porteremo anche i dischi fisici, perché ci piace l’idea che la nostra musica resti nelle mani delle persone. La dimensione del concerto è quella dove ci sentiamo davvero noi stessi, senza filtri e senza compromessi acustici, pronti a condividere ogni emozione con chi viene a sentirci.