Reprocidio a Gaza: l’analisi di Ilaria Maria Dondi sul genocidio riproduttivo
La definizione dei conflitti contemporanei passa spesso attraverso una battaglia terminologica che ne determina la comprensione pubblica. Nel dibattito geopolitico attuale, le parole utilizzate non sono semplici etichette, ma strumenti analitici per decodificare violenze sistemiche che colpiscono in modo mirato la popolazione civile e, in particolare, il corpo delle donne. La giornalista Ilaria Maria Dondi, autrice del libro “Reprocidio. Coem distruggere un popolo colpendo madri e figli”, analizza la privazione dei diritti riproduttivi in Palestina e spiega la necessità di decostruire lo sguardo occidentale per comprendere le dinamiche di fondo della crisi umanitaria.
Lo sguardo occidentale e la maternità come resistenza
Ilaria, il titolo del tuo nuovo libro introduce un termine forte e specifico: “reprocidio”. Da quale urgenza nasce questa analisi focalizzata sulla situazione a Gaza?
Mi occupo di diritti riproduttivi da oltre dieci anni. Nel mio lavoro precedente, “Libere”, analizzavo le discriminazioni all’interno del sistema patriarcale, ma gli eventi recenti hanno reso necessario un approfondimento sulle genitorialità razzializzate. L’urgenza è nata leggendo i commenti online a una notizia di cronaca: una madre a Gaza aveva dovuto abbandonare il proprio neonato con un biglietto in cui spiegava di non avere più cibo né latte. Molti commentatori occidentali chiedevano, con giudizio morale: “Perché queste donne fanno ancora figli in un contesto simile?”. Si tratta di una domanda che ci si può porre solo da una posizione di estremo privilegio, poiché ignora che all’interno di un conflitto la riproduzione non è sempre il frutto di una scelta libera, ma può derivare da violenze di genere o, al contrario, rappresentare una forma consapevole di resistenza.
In che modo la scelta di procreare o di prendersi cura della comunità diventa una forma di resistenza?
Continuare a generare la vita, accudire gli orfani, organizzare lezioni o matrimoni in mezzo alle tendopoli rappresenta una smentita radicale della distruzione circostante. Il problema principale è la “bianchezza” del nostro sguardo occidentale. Giudichiamo culture millenarie come quella palestinese applicando i nostri canoni, ponendoci come presunti esportatori di democrazia, quando spesso questa narrazione nasconde solo dinamiche di oppressione economica. Reprocidio vuole essere uno specchio per costringere il lettore a riconoscere i limiti e le contraddizioni di questa visione monca.
La gestione dei corpi e l’eredità storica dei conflitti
Nel libro spieghi che ciò che accade oggi a Gaza non è un fenomeno isolato, ma trova riscontri precisi nella storia coloniale. Quali parallelismi storici emergono dalla tua ricerca?
Spesso l’Occidente ha considerato distopici racconti come Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, ma i femminismi neri e decoloniali ci ricordano che la sottrazione dei bambini, le gravidanze forzate o le sterilizzazioni coatte sono pratiche che le popolazioni razzializzate subiscono da secoli. Quando parliamo di reprocidio intendiamo proprio un genocidio riproduttivo. Spesso si sente proporre l’apertura di corridoi umanitari per allontanare i bambini da Gaza, ma questo approccio sradica i minori dalle loro famiglie e dai loro territori. La vera urgenza non è accogliere i feriti per sollevarsi la coscienza, ma pretendere che queste comunità abbiano un luogo sicuro in cui crescere.
Quali prove documentali hai raccolto nel saggio per dimostrare l’esistenza di una strategia mirata contro la natalità della popolazione?
Ho basato l’analisi su dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e su documentazione oggettiva, evitando approcci puramente ideologici. Un esempio emblematico è la testimonianza dell’artista palestinese Laila Shawa, che nel 2008 documentò come alcuni soldati indossassero magliette con l’immagine di donne incinte inserite in un mirino, accompagnate dallo slogan “one shot, two kills” (un colpo, due uccisioni). Esistono dichiarazioni storiche in cui si teorizza la necessità di contenere la natalità locale, considerando i nascituri come futuri nemici. I riscontri dei lettori confermano che l’impatto con questi dati è destabilizzante, ma necessario per comprendere che le radici della crisi affondano ben prima degli eventi recenti.
Tecnologia, algoritmi e la responsabilità della parola
Cambiando parzialmente argomento, ti occupi spesso dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle discriminazioni. Esiste un legame tra queste tecnologie e la narrazione dei conflitti?
L’intelligenza artificiale è un prodotto diretto dei modelli della Silicon Valley e del capitalismo estremo. Non è intrinsecamente neutrale, ma riflette i bias statistici e culturali di chi la programma. Oggi assistiamo a conflitti in cui l’uso di droni e algoritmi automatizzati rende la guerra distaccata, riducendo la responsabilità morale di chi colpisce. Inoltre, la proliferazione di immagini generate artificialmente si sostituisce alla documentazione reale di ciò che avviene a Gaza, alimentando la disinformazione e la deumanizzazione. Esistono progetti alternativi, come le intelligenze artificiali femministe e decoloniali, ma in generale la tecnologia attuale tende a riprodurre i medesimi schemi di esclusione della nostra società.
In conclusione, l’autodedica che hai inserito nella tua copia di Reprocidio richiama una promessa d’infanzia. A cosa ti riferisci?
R: È un richiamo alla promessa che molti di noi hanno fatto sui banchi di scuola studiando la storia del Novecento: l’impegno a vigilare affinché simili orrori non si ripetessero mai più. Vedere oggi il ripetersi di certe dinamiche impone la responsabilità di non rimanere in silenzio. Non considero la scrittura di questo libro un atto di coraggio, ma una scelta imprescindibile per restare umani di fronte a tutto questo. Ci vuole più pelo sullo stomaco a restare in silenzio.