Marta Casà Perricone: “Il caso di Garlasco è affare del popolo, perché le sentenze vengono emesse in suo nome”

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Redazione

Il fenomeno del True Crime: Marta Casà Perricone analizza la complessità oltre Garlasco

Il panorama mediatico contemporaneo assiste a una proliferazione senza precedenti di contenuti dedicati alla cronaca nera. Se da un lato i canali tradizionali e le piattaforme digitali amplificano l’interesse del pubblico, dall’altro emerge l’esigenza di una divulgazione basata sulla trasparenza dei dati e sul rigore documentale, lontana da logiche di polarizzazione o di spettacolarizzazione del dolore. Ne abbiamo parlato con Marta Casà Perricone, esperta di scienze investigative nota sul web con il progetto “Mente Criminale”.

Il ruolo della divulgazione digitale e la perizia Cattaneo

La transizione della cronaca giudiziaria verso il web impone una riflessione sulla responsabilità etica dei nuovi comunicatori.

D: Marta, il True Crime è diventato un fenomeno pop. Per un’addetta ai lavori, questo flusso continuo di informazioni rappresenta un bene o sarebbe preferibile lasciare la materia esclusivamente agli specialisti?

R: Il fenomeno tocca corde sociologiche e psicologiche profonde. Non concordo con l’idea che la cronaca nera debba rimanere un’esclusiva degli addetti ai lavori. In Italia le sentenze vengono emesse “in nome del popolo italiano”, ed è quindi corretto che i cittadini abbiano contezza di come si svolgono i processi e di come vengono impiegate le risorse pubbliche. Il problema subentra quando si romanticizzano le figure dei criminali. Come divulgatrice, ho scelto un taglio non narrativo: presento i fatti spogli affinché ciascuno possa sviluppare un proprio spirito critico. Nel caso di Garlasco, ad esempio, c’è ancora moltissimo da esplorare tra le pieghe dei documenti ufficiali.

D: Spesso sollevi dubbi sulle verità processuali consolidate. Quali elementi della documentazione ufficiale ti hanno spinto a riflettere maggiormente?

R: Analizzando gli atti, la consulenza Cattaneo è tra gli elementi che mi hanno lasciato più interrogativi. Pur non giudicando l’operato di una grande professionista, la lettura di quelle pagine solleva diverse perplessità se confrontata con altre perizie commissionate dalla Procura di Pavia. Ad esempio, la relazione esclude completamente dall’analisi comparativa alcuni strumenti che avrebbero potuto fungere da arma del delitto, focalizzandosi su altri oggetti. Si parla spesso di un corpo contundente di natura metallica, ma sul pianeta Terra esistono migliaia di oggetti con queste caratteristiche. Il compito di chi fa comunicazione scientifica non è fornire risposte preconfezionate, ma spingere la community a porsi le giuste domande.

Tifoserie giudiziarie e fiducia nel sistema istituzionale

La polarizzazione dell’opinione pubblica rischia di semplificare eccessivamente dinamiche umane e processuali che presentano molteplici sfumature.

D: Nella cronaca nera si assiste spesso a una netta spaccatura tra innocentisti e colpevolisti, come se si trattasse di una competizione sportiva. Come si contrasta questa deriva?

R: Questa rigida polarizzazione è estremamente pericolosa. Sotto i video si creano veri e propri schieramenti: c’è chi dichiara di stare con Alberto Stasi e chi con Andrea Sempio. La realtà, tuttavia, non è mai bianca o nera, ma è composta da infinite sfumature grigie. Essendo esseri finiti, le vicende umane sono fatte di strati intricati che non possono essere banalizzati. Chi si occupa di analizzare i cold case o i grandi misteri italiani ha il dovere di mantenere un approccio tecnico e neutrale, riconoscendo la solidità degli elementi probatori senza trasformare l’analisi in un giudizio di pancia o in un tifo ideologico.

D: Nel corso dell’intervista hai dichiarato di avere una profonda fiducia nella giustizia. È una posizione singolare in un ambiente spesso dominato dal sospetto.

R: È necessario fare una netta distinzione tra la giustizia come valore ideale e gli uomini incaricati di amministrarla. Se non avessi creduto nei precetti giurisprudenziali, non avrei intrapreso gli studi in giurisprudenza e scienze investigative, né mi sarei formata come criminalista o investigatore privato. Gli inquirenti e i magistrati sono esseri umani fallibili, che possono essere influenzati dalla pressione mediatica o da fattori esterni. Basti pensare che la Procura di Brescia sta indagando su un presunto ramo corruttivo legato proprio alle passate indagini su Garlasco. Nonostante gli errori investigativi che questo caso specifico metterà in luce, la giustizia rimane il motore essenziale per evitare il caos della giustizia privata e della difesa fai-da-te.

Deformazione professionale e distinzione tra discipline

L’attività di analisi richiede lo sviluppo di competenze metodologiche specifiche e una chiara delimitazione dei propri ambiti di intervento.

D: Dal punto di vista metodologico, qual è il percorso che segui per processare una tale mole di dati senza subire il coinvolgimento emotivo?

R: Ci tengo a precisare, per evitare la confusione che spesso si fa in questo settore, che io non sono una criminologa. Il mio percorso è di tipo criminalistico e investigativo, un ambito differente che si concentra sull’analisi oggettiva della scena e delle evidenze materiali. La deformazione professionale indubbiamente allena un’elevata attenzione al dettaglio e una notevole velocità nell’elaborazione di testi complessi e file PDF. Per mantenere il distacco necessario, cerco di non operare mai in totale isolamento: mi confronto costantemente con i miei familiari, che rappresentano il punto di vista del cittadino comune, utile a bilanciare l’intuito tecnico derivato dallo studio.

D: Oltre alle vicende di Garlasco, esistono altri grandi misteri che catturano la tua attenzione e che meriterebbero maggiore spazio?

R: Purtroppo la forte mediaticità di alcuni eventi tende a oscurare altri casi altrettanto complessi e drammatici. Quando l’attenzione si concentra stabilmente su un unico focus, molte vicende giudiziarie rimangono in ombra. Personalmente, trovo stimolante analizzare i casi chiusi da sentenze passate in giudicato, come la tragica vicenda di Yara Gambirasio, dove l’analisi dello spazio geografico – dal campo di Chignolo d’Isola alla palestra di Brembate – aiuta a ricostruire mentalmente le dinamiche. Anche il lungo e intricato percorso legato alla scomparsa di Emanuela Orlandi continua a rappresentare un banco di prova fondamentale per verificare la tenuta e la trasparenza del nostro sistema investigativo.