Accordo Usa-Iran e il nodo Israele: le criticità nei 14 punti del memorandum
Il memorandum siglato tra Stati Uniti e Iran riapre i giochi geopolitici in Medio Oriente. Il documento si muove lungo la sottile linea che collega lo stretto di Hormuz al delicato “nodo” israeliano. Per comprendere la portata dei 14 punti dell’accordo, la redazione di Newzgen ha ospitato l’analista Alessandro Cassanmagnago in un approfondito dibattito politico.
Il fattore affidabilità e l’influenza di Netanyahu sul dossier Iran
La credibilità dei firmatari rappresenta la prima vera incognita sulla tenuta dell’intesa mediorientale.
D: Donald Trump ha siglato il memorandum in grande stile. Guardando ai mesi passati, quale livello di affidabilità possiamo attribuire a questa firma?
R: Negli ultimi mesi Trump non ha dimostrato un grande livello di affidabilità. Le sue affermazioni mattutine ricevevano una tassativa smentita la sera stessa. Questa condotta creava una sorta di saliscendi delle borse che rifletteva l’incertezza dei mercati. Di recente molti osservatori hanno ironizzato sui quaranta potenziali accordi annunciati dal presidente con l’Iran e smentiti dopo poche ore. Tali precedenti non alimentano grandi speranze per un’intesa capace di chiudere la cosiddetta terza guerra del Golfo. Questo memorandum si presenta come una bozza vaga o un armistizio temporaneo. Le premesse attuali non permettono di dare per scontato l’esito finale delle trattative.
D: Nella gestione di questa crisi non ci sono solo gli Stati Uniti e l’Iran, ma emerge con forza la figura di Benjamin Netanyahu. Come si colloca Israele in questo scenario?
R: Netanyahu rappresenta un’incognita forse ancora maggiore. Negli ultimi tre anni Israele ha mostrato un’assertività militare mai vista prima, confermandosi come una potenza di fatto inarrestabile in Medio Oriente. Anche la recente telefonata di fuoco tra i due leader potrebbe fare parte di una narrazione orchestrata da Trump. Il presidente vuole forse dipingere una Casa Bianca scocciata con un primo ministro israeliano autonomo. In realtà sappiamo benissimo che Israele esercita un’enorme influenza sul governo americano. Questo legame si sviluppa sia attraverso canali interni come Kushner, sia tramite il Congresso americano. Quest’ultimo appare assolutamente permeabile all’influenza israeliana tramite lobby politiche molto forti come l’AIPAC. Molti analisti sottolineano come Israele abbia trascinato gli stessi Stati Uniti in questa guerra con l’Iran.
I 14 punti del memorandum e la sicurezza di Hormuz per l’Iran
L’accordo punta a ridisegnare i confini diplomatici e la sicurezza delle grandi rotte commerciali marittime.
D: Venendo al merito dei 14 punti del testo, questo accordo riporta la situazione geopolitica a quella precedente lo scoppio delle ostilità del 28 febbraio?
R: Nelle intenzioni di Trump, in teoria questo accordo dovrebbe riportare le cose a prima del 2015. In quell’anno la Repubblica Islamica e l’allora presidente Obama avevano siglato lo storico accordo sul nucleare. Quel testo prevedeva il contenimento del programma atomico in cambio della rimozione delle sanzioni. L’idea di Trump coincide proprio con il ritorno a prima di quel documento, che egli definiva un bad deal, ovvero un pessimo accordo. La bozza attuale ricalca paradossalmente proprio l’accordo di Obama e molti analisti hanno evidenziato l’ironia di questo fatto. Sul reale ritorno allo status precedente, tuttavia, i dubbi rimangono intatti.
D: Una delle grandi criticità riguarda la sicurezza delle rotte commerciali. Cosa cambia per lo stretto di Hormuz?
R: Prima della guerra lo stretto di Hormuz costituiva una rotta perfettamente transitabile. Le navi commerciali non dovevano versare alcuna forma di pagamento all’Oman o alla controparte. Il nuovo memorandum introduce elementi molto vaghi sul pagamento del transito. Tuttavia, questa guerra ha dimostrato senza ombra di dubbio un dato: la Repubblica Islamica dell’Iran possiede la capacità di chiudere lo stretto in qualsiasi momento. Per bloccare i transiti non serve piazzare una diga. Basta che un drone sfiori una nave perché immediatamente tutte le compagnie di assicurazione aumentino i primi assicurativi. Questo meccanismo chiude la rotta poiché nessun armatore intende correre un simile rischio economico. In teoria l’accordo dovrebbe migliorare la situazione rispetto al passato, ma nei fatti l’esito appare estremamente incerto.
La reazione dei partner europei e il blocco dei mari vicino all’Iran
I Paesi occidentali accolgono l’intesa con sollievo, ma restano ai margini delle scelte strategiche.
D: Come si pongono i partner occidentali degli Stati Uniti, e quindi l’Europa, davanti a questo memorandum?
R: La risposta più realistica indica che i leader europei accolgono con felicità la firma. Essi vedono finalmente l’avvio a conclusione della crisi energetica. Esprimono quindi un naturale sollievo spontaneo, che non deriva però da una strategia strutturata. L’Europa non sembra in grado di apprendere una lezione fondamentale: essa dovrebbe produrre una linea politica coesa per incidere al di fuori dei propri confini. Al contrario, l’Europa non riesce a essere una vera unione di Paesi e produce solo deliberazioni cosmetiche o superficiali. L’incubo dei governi europei coincideva con l’apertura del fronte yemenita, che avrebbe causato la chiusura del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb. In quell’area gli Houthi, partner regionali di Teheran, avevano iniziato a colpire le navi. Se gli alleati avessero convinto gli Houthi a chiudere anche quello stretto, l’economia globale avrebbe ricevuto un colpo mortale. Almeno per adesso, la situazione sembra minimamente stabilizzata.
Scenari futuri e le minacce dei radicali a Teheran in Iran
La finestra temporale dei 60 giorni espone l’accordo alle minacce delle fazioni più radicali.
D: Il memorandum prevede una finestra di 60 giorni per la finalizzazione. Cosa potrebbe succedere in questo arco di tempo?
R: Lo scenario peggiore prevede un ennesimo incidente sul campo capace di causare un immediato ritorno alle ostilità. Un nuovo scontro militare in Libano con droni di Hezbollah provocherebbe un effetto domino attraverso la controrisposta israeliana. Non dobbiamo dimenticare che la firma già avvenuta rappresenta comunque un moment storico. La foto del presidente con l’iconica firma di Trump appare straordinaria per un Paese in scontro aperto con gli Stati Uniti da ben 47 anni, ovvero dalla rivoluzione e dalla presa dell’ambasciata americana. La vera domanda è se qualcuno intenda far saltare questo accordo nei prossimi due mesi.
D: Esistono fazioni interne ai due blocchi che potrebbero assumere il ruolo di guastafeste?
R: Certamente. Netanyahu deve ricalibrare gli obiettivi perché l’esercito israeliano non si trova nel pieno delle forze. Senza il sostegno continuo di armi e denaro americano, i soldati avrebbero faticato molto contro l’Iran. Teheran ha infatti mostrato una capacità superiore alle aspettative nel mettere in difficoltà le difese israeliane. Ma anche dentro lo Stato del Golfo si muovono elementi di disturbo: l’ala ultraista della politica, ovvero il fronte del Paidari nato con Ahmadinejad. Questi esponenti si oppongono ai moderati del presidente Pezeshkian e al ministro degli Esteri Araqchi. Essi spingono per un ritorno al conflitto perché rappresentano gli interessi di alcuni settori dei Pasdaran e vorrebbero gestire direttamente il potere e la firma dell’accordo. Questo gruppo controlla parte del Parlamento (Majles) e spera nel fallimento dell’intesa.
Equilibri globali e il ruolo di Russia e Cina nei rapporti con l’Iran
Le nuove rotte della diplomazia americana rischiano di ridisegnare le storiche alleanze dei Paesi a est.
D: Se l’accordo dovesse andare in porto, quali sarebbero i riflessi sui rapporti con Mosca e Pechino?
R: Se Teheran otterrà i grossi incentivi economici previsti dalla rimozione delle sanzioni, bisognerà capire il futuro della strategia di Look East verso la Cina. Gli Stati Uniti potrebbero tentare una mossa simile alla strategia di Nixon negli anni ’70 per staccare il Paese dal blocco orientale. Se Teheran si spostasse verso l’Occidente, la Cina subirebbe un colpo incredibile. Questa evoluzione toglierebbe a Pechino un alleato strategico fondamentale per la via della seta.
D: Chi ne soffrirebbe di più sul piano della cooperazione militare tra le potenze escluse?
R: La Russia soffrirebbe maggiormente questa situazione. Mosca si troverebbe a poca distanza una potenza militare forte e potenzialmente non amichevole. Il rapporto tra Mosca e l’Iran non costituisce un’alleanza militare strutturata sul modello NATO, ma un avvicinamento tattico causato dalla comune ostilità americana. Storicamente i due Paesi vivono in forte competizione. Le forniture militari di Mosca non hanno soddisfatto la dirigenza locale: i caccia russi non sono mai arrivati e le forze nemiche hanno vaporizzato le difese antiaeree fornite dai russi. Al contrario, i droni autoctoni fatti in casa hanno rappresentato il vero pilastro della difesa iraniana. Se questo accordo va in porto, nasceranno molti scenari interessanti.