Il clima sta cambiando, ma ci si preoccupa solo dei like
Mentre i segnali del cambiamento climatico diventano sempre più evidenti, dalla siccità estrema ai cicloni mediterranei, l’attenzione pubblica sembra paradossalmente in calo. Vincenzo Rizzi, scienziato ambientale e divulgatore, analizza il delicato equilibrio tra ecosistemi e attività umana, mettendo in guardia contro le storture del turismo “instagrammabile” e richiamando la politica alle proprie responsabilità a lungo termine.
D: Vincenzo, noti un cambiamento nell’interesse delle persone verso le tematiche ambientali negli ultimi anni?
R: Purtroppo sì. Nonostante l’urgenza, oggi di clima si parla meno rispetto all’era dei grandi movimenti di piazza come i Fridays for Future. Sembra quasi che ci siamo abituati al problema o che pensiamo di non vivere tutti sullo stesso pianeta. Sui social, poi, la sfida è ancora più difficile: bisogna essere bravi a trasformare argomenti complessi in contenuti interessanti per un pubblico che spesso preferisce ignorare la crisi ambientale per non rinunciare alle proprie comodità.
D: A proposito di social, hai sollevato una critica dura verso il turismo “da safari” e l’interazione forzata con gli animali. Perché è così dannoso?
R: Il problema è la ricerca ossessiva dell’esperienza “instagrammabile”. Molti travel influencer promuovono attività come lavare gli elefanti o accarezzare leoni in finti santuari. Queste interazioni non sono naturali: quegli animali vengono spesso sfruttati o addirittura addestrati per la caccia al trofeo. Dimentichiamo che la fauna e gli ecosistemi garantiscono servizi vitali per noi, come l’aria respirabile e l’acqua pulita. Se il clima e l’ambiente degradano, la nostra stessa sopravvivenza è a rischio. Trattare la natura come un parco giochi è un errore egoistico.
D: Esiste un modo etico per viaggiare e sostenere attivamente la biodiversità?
R: Certamente, io consiglio il volontariato naturalistico. Invece di finanziare chi sfrutta gli animali, si va in centri di conservazione seri, dove i ranger lavorano per proteggere specie come rinoceronti, oranghi o elefanti. Pagando questi viaggi, si finanziano direttamente le attività di salvaguardia sul campo. È un tipo di turismo di nicchia che permette di stare vicini alla natura senza distruggerla, capendo che ogni nostra azione ha un impatto diretto sull’equilibrio del clima globale.
D: Spesso si dice che la soluzione debba arrivare dalla politica, ma i tempi dei governi sembrano troppo brevi per sfide così vaste. Cosa ne pensi?
R: La politica attuale lavora su interessi a breve termine, mentre la crisi legata al clima non aspetta i cicli elettorali. Vedere leader mondiali sfilarsi dagli accordi internazionali è un segnale pessimo. Tuttavia, la speranza risiede nelle nuove generazioni: se formiamo i bambini di oggi all’educazione ambientale, avremo futuri dirigenti consapevoli.
D: Qual è l’azione più importante che ognuno di noi può fare nel proprio piccolo?
R: Informarsi. Senza informazione, ogni azione sostenibile viene percepita come una rinuncia o uno stress. Se invece capiamo perché il clima sta cambiando e quali sono le conseguenze reali, comportarci in modo rispettoso diventa una scelta naturale. Non servono mille micro-azioni forzate, serve la consapevolezza. Seguite chi fa divulgazione scientifica, leggete, approfondite: è l’unico modo per non farsi prendere in giro e iniziare a vivere davvero in equilibrio con il pianeta.