Giuseppe Cassinari: “Vedere Milan e Inter nella stessa casa mi provoca tristezza: spero ancora nello stadio a San Donato”

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Redazione

Un cuore rossonero per il nuovo stadio: la visione di Giuseppe Cassinari

Il futuro del calcio milanese è a un bivio. Mentre le indagini sulla vendita delle aree di San Siro scuotono Palazzo Marino, c’è chi da anni lavora a un progetto alternativo, mosso da una fede calcistica e dall’esperienza imprenditoriale. Giuseppe Cassinari, socio del Milan e autore del libro “Una grande visione di un cuore rossonero”, racconta la sua sfida contro la burocrazia per regalare al club una casa indipendente a San Donato.

D: Giuseppe, tu nasci in una famiglia di interisti e juventini. Come nasce la tua “ribellione” rossonera e come sei arrivato a sognare un nuovo impianto per il Milan?

R: Tutto merito di Gianni Rivera. Mi innamorai del suo calcio e da quel derby del 1974 non ho più smesso di seguire la squadra in tutto il mondo. Da tifoso sono diventato imprenditore e, anni dopo, ho creduto in un progetto ambizioso: la costruzione di uno stadio di proprietà, solo rossonero. Ho venduto la maggioranza della mia società al club proprio per trasformare quell’area in un polo d’eccellenza. Vedere Milan e Inter ancora nella stessa casa mi provoca tristezza; ogni grande società europea ha bisogno di un’identità forte.

D: Tu speri ancora nell’ipotesi San Donato?

R: Assolutamente sì. Ho lavorato sette anni scontrandomi con la politica e la burocrazia. L’area di San Donato ha una visibilità enorme, paragonabile a quella dell’Allianz Arena del Bayern Monaco. È stata studiata nei minimi dettagli, con il potenziamento della ferrovia e la metropolitana vicina. Nonostante le indagini in corso sulla vendita di San Siro, credo che l’unica soluzione concreta rimanga quella fuori dal centro. Lo stadio a San Donato non sarebbe solo un campo, ma una Cittadella dello Sport con alberghi e un’arena da 20.000 posti per grandi eventi.

D: Qual è la tua sensazione riguardo alle nuove proprietà straniere e alla loro visione del calcio italiano?

R: È una realtà diversa, focalizzata sui bilanci e sull’ottimizzazione dei conti. Per chi è cresciuto con presidenti come Silvio Berlusconi, che acquistava i migliori al mondo per passione, è difficile da digerire. Oggi lo stadio è visto come un asset finanziario prioritario rispetto ai colpi di mercato. Questo approccio però rischia di allontanare i giovani: i miei figli guardano meno le partite perché manca il divertimento, la fantasia e il dribbling che rendevano grande l’Italia.

D: Nel tuo libro parli di “non mollare mai”. Cosa diresti a un giovane oggi?

R: Direi di insistere sempre se crede in un’idea. Io sono disgrafico, non sono uno scrittore, eppure ho sentito il bisogno di raccontare questa storia di notte sul cellulare. Scrivere mi ha fatto scavare dentro, ricordando i viaggi e gli amici che non ci sono più. Realizzare uno stadio in Italia richiede fegato e perseveranza contro un sistema che spesso accelera o frena per motivi poco chiari. Ai giovani dico: siate fantasiosi come i campioni di una volta, non lasciatevi ingabbiare solo dagli schemi o dalla burocrazia.

D: Qual è oggi il tuo ruolo all’interno del mondo Milan e come vivi le partite?

R: Sono presidente onorario di SportLifeCity, la società che gestisce lo sviluppo dei terreni. Per il resto, rimango un tifoso con l’abbonamento da quarant’anni. Nonostante i rapporti con la dirigenza, continuo a seguire le partite nella curva verde, in mezzo alla gente. Il calcio deve tornare a essere passione popolare, quella dei “Casciavìt”, degli operai che amano i propri colori indipendentemente dal risultato. Spero di vedere presto il Milan in uno stadio che rispecchi finalmente questa gloriosa storia.