L‘Albania scende in piazza: dalla rivoluzione dei fenicotteri alla geopolitica di Trump
Le tensioni sociali e geopolitiche che stanno attraversando la penisola balcanica evidenziano una profonda frattura tra le strategie di sviluppo economico dei governi locali e le rivendicazioni di sovranità territoriale delle popolazioni. La convergenza tra grandi investimenti privati transatlantici e la gestione delle risorse naturali ha trasformato le coste adriatiche in un’arena di scontro ideale. Il giornalista Arber Agalliu ha offerto una disamina delle imponenti manifestazioni che da oltre due settimane paralizzano Tirana, analizzando il passaggio dalle contestazioni ambientali nel sud dell’Albania a una protesta politica generalizzata che invoca le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
Il progetto Kushner-Trump a Sazan e la rivolta ambientale
La concessione di aree militari storiche a capitali privati stranieri ha innescato la reazione delle comunità locali, preoccupate per la tutela del patrimonio naturalistico.
D: Arber, le proteste in Albania sono scoppiate inizialmente per contrastare un progetto turistico di lusso nell’isola di Sazan. Chi c’è dietro questo affare e perché l’opinione pubblica è così indignata?
R: La scintilla che ha acceso le piazze, incluse alcune manifestazioni della diaspora a Milano, è il piano di investimenti guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente statunitense Donald Trump. Il progetto prevede la costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan e nella vicina laguna di Zvërnec, vicino a Valona. L’indignazione è esplosa quando le aree naturali sono state recintate con filo spinato e i manifestanti sono stati aggrediti da una pseudo-polizia privata. Sazan è stata per cinquant’anni un’isola militare blindata sotto la dittatura di Enver Hoxha, e la sua svendita senza trasparenza ha mobilitato i cittadini.
D: Rispetto al dicembre 2024, quando Ivanka Trump visitò il Paese senza sollevare grandi polemiche, che cosa è cambiato radicalmente nell’equilibrio internazionale?
R: È cambiata la postura geopolitica globale di Donald Trump e della sua amministrazione. Gli investimenti della famiglia Trump nei Balcani vengono monitorati con estrema attenzione dall’opinione pubblica a causa delle posizioni della Casa Bianca sui principali conflitti internazionali, dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Iran. Inoltre, l’universo affaristico di Kushner ha sollevato forti perplessità a causa dei massicci finanziamenti provenienti dal Golfo Persico, in particolare dai fratelli Al Khayyat. Il timore dei cittadini in Albania è che le decisioni di politica estera e gli investimenti privati familiari si intreccino per scopi di arricchimento personale, su territori strategicamente cruciali per l’approvvigionamento energetico europeo.
La rivoluzione dei fenicotteri e il malcontento contro Rama
La trasformazione della protesta ha superato le rivendicazioni ecologiste per trasformarsi in un atto di accusa contro la gestione ultra-decennale del potere esecutivo.
D: La mobilitazione è stata definia dai media la “rivoluzione dei fenicotteri”. Questa componente ambientalista è ancora il motore principale della piazza?
R: Ormai la questione ambientale dei fenicotteri e della laguna di Zvërnec è passata in secondo piano nella narrazione interna. La piazza ha assunto una fisionomia politica più ampia, diventando lo specchio di un malcontento generale accumulato in tredici anni di governo di Edi Rama. Se i media internazionali si concentrano sul binomio Albania-Trump per l’evidente richiamo geopolitico, i cittadini che riempiono le piazze di Tirana gridano anzitutto contro la corruzione e chiedono le dimissioni immediate del premier. La protesta è imponente e pacifica, ma sconta ancora l’assenza di una struttura politica definita in grado di raccoglierne l’eredità.
D: Edi Rama gode di una forte considerazione in Italia e a Bruxelles. Come si spiega questo divario tra la percezione internazionale e la contestazione interna?
R: Rama è un abile comunicatore e un vecchio lupo della politica, capace di accreditarsi all’estero come il leader stabilizzatore dei Balcani Occidentali. Ha costruito relazioni forti con l’Italia – si pensi al ticket con Giorgia Meloni per la gestione dei flussi migratori – e ha incassato gli elogi dell’Unione Europea per il percorso di integrazione. Tuttavia, in patria il sentiment è opposto. Il premier controlla una maggioranza assoluta in Parlamento e ha già dichiarato che non intende dimettersi, forte del voto ricevuto. Rama usa le pressioni internazionali a suo favore, arrivando ad accusare l’Iran o le influenze della Grecia di manovrare le piazze per danneggiare l’economia del Paese.
La transizione post-comunista e il nodo dell’opposizione
La configurazione del sistema partitico locale rende complessa l’affermazione di una reale alternativa di governo al di fuori dei blocchi storici.
D: Se Edi Rama dovesse cedere alle pressioni, esiste una reale alternativa politica pronta a guidare il Paese verso il futuro?
R: Questo è il vero problema della piazza. Chi scende a manifestare non contesta solo il Partito Socialista di Rama, ma rifiuta anche l’opposizione tradizionale del Partito Democratico di Sali Berisha. In Albania vige un bipolarismo perfetto che dura da trentasei anni; i partiti minori non hanno un network radicato sul territorio. Definire Rama “socialista” secondo i canoni occidentali è un errore storico: parliamo di un premier che invitava gli imprenditori italiani a investire dicendo che nel Paese non ci sono sindacati. L’Albania è uscita da cinquant’anni di feroce dittatura comunista solo nei primi anni Novanta e si trova ancora in una complessa fase di transizione e consolidamento identitario.