Voto fuorisede, dalle firme alla proposta di legge: Yari Russo (The Good Lobby) spiega la lunga battaglia per il diritto di voto
Yari Russo di The Good Lobby racconta l’impegno per garantire il diritto di voto fuorisede a tutti i cittadini italiani. Dopo aver superato l’obiettivo delle 50.000 firme, l’iniziativa legislativa popolare verrà depositata in Senato. Russo spiega come l’attivismo civico si stia evolvendo da semplice protesta a proposta concreta, colmando un vuoto lasciato dalla politica e garantendo un diritto costituzionale essenziale.
D: L’attivismo civico sta diventando più pragmatico e concreto?
R: Assolutamente sì. Spesso si parla di una generazione poco partecipe, ma in realtà le forme di partecipazione sono sempre più variegate e specifiche. L’asticella si sta alzando, anche per necessità: i giovani sono solo il 21% del corpo elettorale, quindi devono trovare modi più efficaci per farsi ascoltare. Noi, con il lobbing civico, uniamo la protesta alla proposta, portando avanti istanze per l’interesse collettivo e sedendoci al tavolo con la politica per ottenere risultati concreti.
D: Il raggiungimento delle oltre 50.000 firme per la proposta di legge sul voto fuorisede che significato ha?
R: È stato un sollievo, ma soprattutto l’ennesima prova che questo è un tema trasversale e sentito. La politica si era fermata, con una legge delega approvata all’unanimità alla Camera nel 2023 ma mai discussa in Senato. Abbiamo agito dal basso con una proposta di legge di iniziativa popolare per rimetterla sui banchi del Parlamento e dimostrare che l’istanza dei cittadini non può essere ignorata.
D: Cosa pensate della mancanza della politica, che vi ha costretto a questo tipo di attivismo?
R: C’è innegabilmente una mancanza da parte della politica su diversi temi. Tuttavia, la consapevolezza che nel vuoto della politica si possa generare una mobilitazione dal basso che riempie quel vuoto è per me fonte di grande speranza. Stiamo facendo partecipazione dal basso per costruire ancora più partecipazione e colmare un’evidente lacuna democratica.
D: Qual è la lezione più importante che vi portate via da questo lungo percorso sul voto fuorisede?
R: L’importanza cruciale di fare coalizione. Questo risultato non sarebbe stato possibile senza aver unito in modo trasversale tante realtà: associazioni studentesche, sindacati, sportivi, organizzazioni che lavorano su temi diversi. È fondamentale unire le forze e parlare con tutti, anche con chi la pensa diversamente, perché l’obiettivo è il risultato e non l’etichettatura politica.
D: Esiste il timore o l’interesse della politica nel non voler aumentare il bacino elettorale attivo?
R: È difficile rispondere senza compromettere i rapporti politici. Sicuramente ci sono state resistenze, in parte anche dalla macchina burocratica e amministrativa dello Stato, legate ai costi e alla complessità organizzativa di una misura così innovativa. Inoltre, i risultati delle prime sperimentazioni sul voto fuorisede hanno mostrato un campione politicizzato. La nostra missione è far capire che il voto fuorisede non è una concessione, ma un diritto che deve essere garantito.
D: Quali sono le istanze che i giovani vorrebbero portare oggi ai tavoli decisionali, al di là del diritto di voto fuorisede?
R: È un inganno generalizzare. C’è una grande varietà di temi: ambiente, diritti, femminismo, ma anche il rapporto vita-lavoro e il semplice bisogno di arrivare alla fine del mese, specialmente tra i ragazzi di periferia o che fanno parte di minoranze. La priorità assoluta per il Paese dovrebbe essere capire come riportare le persone a votare e a fidarsi dello strumento democratico, dato che l’astensionismo sta superando il 50%.
D: The Good Lobby ha mai pensato di trasformarsi in un partito politico?
R: Assolutamente no. La base di The Good Lobby è di essere una piattaforma di partecipazione apartitica. Lavorare dall’esterno, portando avanti proposte su temi trasversali come democrazia e partecipazione, conferisce una credibilità e una capacità di incidere che non sono da sottovalutare.