Soumaila Diawara: “Sostenere Gaza è una responsabilità umana”

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Redazione

L’attivista e scrittore senegalese analizza la crisi a Gaza, l’ipocrisia occidentale e il ruolo cruciale della società civile.

In un momento storico in cui i riflettori del mondo sono puntati su Gaza, abbiamo avuto il piacere di incontrare Soumaila Diawara, scrittore e attivista. Con una storia personale di attraversamento del Mediterraneo e un impegno costante per i diritti umani, Diawara offre una prospettiva lucida e critica sulle attuali crisi globali, dall’Africa martoriata al conflitto a Gaza. Ecco i punti salienti della sua intervista.

D: Come vive emotivamente la situazione attuale, specialmente quanto accade a Gaza, e intravede ancora speranza?

R: A livello politico, al momento non vedo speranza. Tuttavia, dal punto di vista della società civile, c’è un grande impegno e credo fermamente che ci sia una possibilità e molta speranza, soprattutto nelle generazioni future. Vedo i giovani aprire gli occhi e battersi per riconoscere l’umanità in tutti, anche in chi è distante da noi.

D: A proposito di giovani, li trova più avanti su questi temi rispetto agli adulti?

R: Assolutamente sì. I giovani sono molto più avanti. Hanno una visione del mondo che accetta la convivenza nel rispetto delle diversità. Spesso, queste diversità mettono in crisi le generazioni più anziane che non hanno voluto o saputo comprendere certe dinamiche e il cambiamento globale.

D: Lei ha scritto “L’Africa martoriata e le cicatrici del porto sicuro”. Quanto è distorta la comunicazione istituzionale su temi come l’immigrazione e, oggi, sulla tragedia di Gaza?

R: C’è una forma di monopolio sulla comunicazione che non aiuta i cittadini a capire. Spesso a parlare di immigrazione o di ciò che accade in Libia non sono persone che hanno vissuto queste esperienze. È come vedere sette uomini parlare di donne: è una forma di razzismo e marginalizzazione. Questa dinamica si riflette anche sulla narrazione delle vittime di Gaza e della Cisgiordania. Le istituzioni e i media spesso preferiscono speculare piuttosto che informare in modo chiaro e onesto.

D: I social media hanno rotto questo monopolio, offrendo nuove opportunità di comunicazione?
R: Sì, questo è vero. Sui social riesco a raggiungere milioni di persone ogni mese, comunicando ciò che desidero non solo a un pubblico già sensibile, ma anche a chi non sa nulla dell’Africa. Non si tratta di convincere, ma di fornire informazioni per far sì che le persone abbiano consapevolezza di ciò che sta realmente accadendo. L’eurocentrismo ha avuto un impatto enorme sulla cultura europea, facendoci credere che l’Europa fosse il centro del mondo, con una supremazia culturale e intellettuale. Ma questo porta a conseguenze disastrose.

D: Nonostante i problemi che affliggono l’Africa, lei si spende molto per la causa palestinese. Perché?

R: Oltre alla mia formazione politica, ho vissuto in un continente colonizzato, e vediamo ancora oggi le conseguenze. Tanti leader africani, da Mandela a Sankara, hanno sostenuto la causa palestinese. Sostenerla non è solo una questione politica, ma di giustizia, dignità umana e rispetto per il diritto internazionale. Quello che sta avvenendo a Gaza è una violazione e un genocidio. Dopo 60.000 morti, in Occidente si discute ancora se riconoscere o meno la Palestina. È ipocrisia, specialmente mentre si continua ad armare Israele. Sostenere la causa di Gaza è una responsabilità umana, un atto di civiltà. È una forma di razzismo dove alcune vite sembrano avere più valore di altre.

D: Pensa che la spinta dal basso, i cortei e i sit-in a sostegno di Gaza, possano influenzare le decisioni dei governi?

R: Certamente. La posizione di Sanchez in Spagna, ad esempio, deriva anche da una grande parte della società civile. Le pressioni della società civile sono ciò che porta ai cambiamenti. La schiavitù è finita così, la colonizzazione è finita grazie a questa pressione. Sono sicuro al 100% che la pressione della società civile, non solo in Italia ma in tutta Europa, come abbiamo visto a Bruxelles con oltre 200.000 persone, porterà la politica a prendere decisioni. Se vogliono continuare a fare politica, hanno anche l’interesse a prendere atto della realtà a Gaza, se non per umanità, almeno per le proprie carriere.

D: Francesca Albanese, la relatrice speciale ONU, è diventata un volto importante per Gaza. Che ruolo può rappresentare per il futuro?

R: Francesca Albanese sta portando avanti battaglie cruciali, paragonabili a quelle di grandi leader. Il suo ruolo istituzionale le ha permesso di agire eticamente, denunciando ciò che sta accadendo in Palestina. Il suo coraggio ha svegliato milioni di persone in tutto il mondo. Merita non solo rispetto, ma è una figura emblematica che ricorderemo per sempre per il suo impegno sulla questione di Gaza e non solo, dato che parla anche di Africa e delle dinamiche storiche che portano all’apartheid, una segregazione sociale che, purtroppo, vediamo ancora oggi in luoghi come Gaza.

D: Sul “Piano Mattei” e la politica migratoria del governo italiano, quanto c’è di utopistico e propagandistico?

R: È la solita barzelletta. Hanno fatto promesse elettorali sapendo di non poterle realizzare. La vicenda dell’Albania è un esempio: 800 milioni di euro buttati in cinque anni per pura propaganda politica. Soldi che avrebbero potuto essere usati per accogliere e integrare le persone. Il “Piano Mattei” è ridicolo: non puoi prendere un piano del 1950 e applicarlo al 2025. Non si capiscono le cause dell’immigrazione: le guerre, le armi che non si fabbricano in Africa ma arrivano dall’Occidente, il sostegno alle dittature. Il cambiamento climatico, di cui l’Africa subisce le peggiori conseguenze pur inquinando solo il 5%, è un altro fattore enorme. L’ipocrisia delle politiche occidentali che esportano democrazia e poi affidano la Libia a Russia e Turchia è evidente. Bisogna decidere che tipo di politica vogliamo portare avanti, nel rispetto e nella cooperazione, ascoltando gli altri. Difendere i propri interessi significa difendere anche quelli dei partner.