Pietro Iacopo Benzi: “Il vero problema è che, se la storia è usata male, rischia di diventare mera propaganda”

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Redazione

La seconda guerra mondiale in 50 perché”. La storia insegna a leggere lo scenario geopolitico di oggi

Pietro Iacopo Benzi, co-founder de La Storia sul Tubo, presenta il suo libro “La Seconda Guerra Mondiale in 50 perché“, un’analisi che scompone le cause e le dinamiche del conflitto per offrire chiavi di lettura sul presente. In un’epoca di conflitti e polarizzazione, lo storico sottolinea come la storia sia uno strumento potente per la consapevolezza, a patto di difenderla dalla propaganda.

D: Partendo dai “50 perché” del libro, quali elementi della Seconda Guerra Mondiale dobbiamo conoscere per comprendere meglio lo scenario geopolitico odierno?

R: La cosa più interessante da capire è il cammino che porta alla guerra. Le guerre non arrivano mai in silenzio. C’è sempre qualcosa che bolle sotto, uno “spirito del tempo” che avvertiamo. I motori del conflitto, pur cambiando pelle e ideologie, si muovono sempre sugli stessi binari umani. Studiare le prime cause della Seconda Guerra Mondiale e come ci si arriva può servirci come avviso ai naviganti per i tempi complessi che stiamo vivendo.

D: Quanto ci consente la tecnologia odierna, con la connessione globale e l’informazione immediata, di leggere la storia mentre accade?

R: La storia per sua natura ha bisogno del tempo per regnare l’oggettività. L’analisi storica ha un ciclo che spesso parte solo dopo 30 o 50 anni dall’evento, perché sul momento c’è troppa emotività, troppa propaganda e troppi punti di vista soggettivi. Il rischio è che la storia venga usata male e diventi mera propaganda. Il nostro lavoro è proprio quello di edulcorare l’emotività e presentare i fatti in modo che l’utente possa trarre le proprie conclusioni.

D: Il vostro canale YouTube, La Storia sul Tubo, offre un vero e proprio “servizio pubblico” di divulgazione storica. Qual è l’approccio per veicolare contenuti complessi in un’epoca dominata dai reel e dall’attenzione minima?

R: Il nostro obiettivo e il nostro metodo è la neutralità. Quando parliamo di storia, specialmente di argomenti spinosi come il ventennio fascista o la guerra civile spagnola, il nostro obiettivo è fare in modo che l’utente commenti: “né di destra né di sinistra, solo pura storia“. Ci fidiamo dell’utente finale. È fondamentale evitare le facili battute o un tono di voce che possa far pensare all’utente che stiamo influenzando il giudizio. L’autenticità nell’operato è la nostra forza.

D: C’è stato un boom di utenti che si appassionano al vostro modo di raccontare la storia. È una sorpresa?

R: Sinceramente, il progetto è nato per un nostro bisogno di ripassare per la maturità. Però abbiamo capito che il nostro modo di spiegare la storia piaceva, specialmente perché era in linea con i programmi scolastici, ma andava oltre l’esercizio di memoria. Il problema a scuola è che la storia diventa spesso un esercizio mnemonico; noi cerchiamo di mostrare la concatenazione di eventi e la complessità, come dimostra il libro dove il primo “perché” è collegato al 43º.

D: Come guarda lo storico all’Intelligenza Artificiale, in grado di riassumere eventi complessi in poche righe?

R: L’Intelligenza Artificiale, specialmente nell’ambito storico, ha il rischio di creare “miraggi artificiali”, cioè si autoinganna per darti una risposta e si inventa le cose. Lo notiamo quando mischia le date o taglia le distanze inventandosi fatti. È ottima se le dai del cibo (un testo) e le chiedi di semplificarlo, ma se le chiedi di generare da zero un’informazione, è rischioso. È fondamentale il senso critico, perché può essere convincente, un po’ come un politico.

D: Nelle piazze recenti si è vista una mobilitazione giovanile che alcuni paragonano al ’68. Ci sono parallelismi storici?

R: Sì, ci sono parallelismi. Viviamo in un’epoca post-ideologica, ma le nuove generazioni hanno bisogno di qualcosa in cui credere. Il ’68 fu mosso da giovani che sentivano la necessità di migliorare il mondo. Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione. Le recenti proteste giovanili, come quelle per la Global Sumud Flotilla, mostrano che la gioventù ha ritrovato un motivo per lottare. Lo zoccolo duro in piazza era composto da questi giovani, segno che l’energia e la voglia di cambiare, che hanno mosso il ’68, non sono svanite.