A Matera è attiva la community de “I Ritornati”, che accoglie chi torna e chi arriva per la prima volta. Ma perché nasce questo progetto?
La community di Matera, nata dall’idea di Michele Vivilecchia e Luca Tamburrino, ridefinisce il concetto di “cervelli in fuga” trasformandolo in “movimento libero”. “I Ritornati” offrono supporto sociale a chi torna o arriva per la prima volta, dimostrando che il rientro nel Sud Italia non è più un segno di sconfitta, ma un atto di orgoglio e un’opportunità di crescita collettiva.
D: La community si chiama “I Ritornati”, ma include anche gli “arrivati”. Cosa sta cambiando nel movimento verso il Sud Italia?
R: La community implica un movimento che comprende sia l’andare che il ritornare. Non si tratta più di una necessità di scappare (i cosiddetti “cervelli in fuga”), ma di un movimento libero. Oggi qualsiasi città deve essere pronta sia ad accogliere chi arriva per la prima volta, sia a favorire chi decide di ripartire. La community è una rete di supporto che include anche chi non è mai andato via, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nel valorizzare il territorio.
D: Tornare nel Sud Italia è ancora una sconfitta o il sentimento è cambiato?
R: C’è un gap storico da colmare, frutto di 70 anni di emigrazione. Fino a poco tempo fa, tornare era vissuto come un fallimento. Oggi, invece, il sentimento comune è l’orgoglio di essere tornati per colmare quel vuoto e per contribuire con la propria professionalità e visione alla crescita della propria terra, che sia Matera o altre regioni del Sud Italia.
D: Oltre alla socialità, quali sono le altre necessità di chi torna?
R: Si sta sviluppando una vera e propria psicologia del ritorno. Nel tornare a casa, si torna anche ad essere figli e abitanti di un territorio che nel frattempo è cambiato. L’entusiasmo iniziale per il clima, il cibo e la qualità della vita può scontrarsi con una fase down successiva. È qui che subentra il vero supporto sociale della rete, fondamentale per superare quel momento.
D: La vostra iniziativa è scalabile e replicabile in altre realtà del Sud Italia?
R: Il progetto non è replicabile tout court perché nasce dall’ascolto dei bisogni specifici di Matera. Ogni comunità ha le sue necessità e vanno modulate. Tuttavia, ciò che è scalabile è la consapevolezza. Dobbiamo lavorare sulla consapevolezza di chi va via, affinché mantenga una connessione con il proprio territorio, aumentando la possibilità e il desiderio di ritornare in futuro.
D: C’è un interesse da parte delle istituzioni locali o nazionali verso questo fenomeno del ritorno nel Sud Italia?
R: Inizialmente c’è stato un boom mediatico esterno, che ha poi incuriosito le istituzioni. La natura del nostro progetto, però, è di creare un servizio dal basso. Sebbene ora ci sia un maggiore interesse, l’importante è che le istituzioni non si limitino alla propaganda. Devono creare società e comunità pronte non solo a raccogliere chi torna, ma anche a valorizzare chi arriva, soprattutto in una città come Matera che ha una grossa responsabilità.
D: Cosa pensa dei titoloni sui “cervelli in fuga” e i “bonus per tornare”?
R: Lo slogan “fuga di cervelli” è ridondante. Oggi si tratta di un movimento libero e globale. Le persone devono sentirsi libere di andare e tornare quando vogliono. L’obbligo delle istituzioni è creare società e comunità che siano in grado di trattenere le persone e di accogliere chi torna con la propria esperienza nel Sud Italia. Bisogna sentirsi liberi di fare quello che si vuole.