Valerio Valentini: “L’immobilismo è diventato la forza di Giorgia Meloni, ma ora la sua narrazione è fragile”

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Redazione

Il paradosso della stabilità: tra ansia di durare e immobilismo

In un panorama politico abituato a crisi repentine, il governo guidato da Giorgia Meloni si distingue per la sua longevità. Ma a quale prezzo? Valerio Valentini, giornalista del Post, suggerisce che la priorità della premier sia diventata la sopravvivenza stessa del governo, trasformando la coerenza sbandierata in passato in un esercizio di equilibrismo istituzionale che ha progressivamente attenuato le spinte più radicali del suo programma.

D: Valerio, il titolo del tuo libro evoca una “marcia sul posto”. Perché hai scelto questa immagine per descrivere l’attuale governo?

R: È un gioco di parole che richiama la marcia su Roma, visto che l’incarico a Giorgia Meloni è arrivato quasi in coincidenza col centenario. Ma il senso è opposto: molti temevano sfracelli o l’uscita dall’euro, invece non è successo nulla. Questo immobilismo è stato inizialmente la sua forza, rassicurando mercati e agenzie di rating. Tuttavia, oggi ci si chiede cosa sia rimasto di memorabile oltre alla semplice capacità di durare. L’ansia di restare a Palazzo Chigi sembra aver prevalso sull’ansia di fare.

D: Nel libro approfondisci la storia personale della premier. Qual è il tratto che ti ha sorpreso di più nel suo percorso politico?

R: Spesso viene descritta come una leader che urla, assertiva e granitica. In realtà, studiando i suoi esordi, emerge una Giorgia Meloni estremamente cauta, quasi timorosa, un’abilissima funambola del compromesso. Ha sempre avuto la capacità di stare a metà nei conflitti, fungendo da ponte tra correnti opposte. Questo tratto “democristiano” le ha permesso di scalare i vertici, ma oggi la costringe a oscillare continuamente tra la propaganda sovranista e una postura istituzionale molto più moderata.

D: Il rapporto con Donald Trump sembra essere cambiato drasticamente. Come si inserisce questa evoluzione nel tuo racconto?

R: È un esempio perfetto del suo equilibrismo. Ideologicamente c’è sintonia, ma concretamente la politica di Trump, tra dazi e isolazionismo, danneggia l’Italia. Giorgia Meloni ha cercato di accreditarsi come “l’amica che lo fa ragionare”, ma è una narrazione fragile. In realtà, andava molto più d’accordo con l’amministrazione Biden su temi cruciali come l’Ucraina e la NATO. Ora che sente Trump come un potenziale pericolo percepito dall’elettorato, sta cercando di reinventare di nuovo la sua postura internazionale.

D: La sconfitta al referendum costituzionale ha segnato una crepa nel mito della sua imbattibilità?

R: Più che una crisi, è il momento in cui il paradosso dell’inconcludenza è esploso. La scelta di lanciarsi in una sfida così rischiosa è stata dettata dalla necessità di rivendicare qualcosa di concreto dopo anni di governo. Il marchingegno narrativo della leader sempre vincente è entrato in crisi. Giorgia Meloni sostiene che non serva una “fase due”, perché vuole dare l’impressione che tutto vada bene come il primo giorno.

D: Qual è, in definitiva, la sfida principale per il futuro della premier secondo la tua analisi?

R: Il problema è che lei non sembra intenzionata a rilanciarsi davvero. Se l’obiettivo è battere il record di longevità dei governi repubblicani rimanendo uguale a se stessa, farà fatica a prendere iniziative audaci. In questo gioco di specchi tra la Giorgia Meloni della propaganda e quella di governo, il rischio è che la “marcia sul posto” diventi una condizione permanente, lasciando il Paese in un limbo di riforme accennate e mai completate.