Crans-Montana come Corinaldo: il grido di Francesco Vitali per la sicurezza dei giovani
Il primo gennaio 2026 il mondo si è svegliato con la tragica notizia della strage di Crans-Montana, in Svizzera. Per Francesco Vitali, che nella tragedia della Lanterna Azzurra di Corinaldo ha perso la sorella Benedetta, quel risveglio è stato un doloroso dejà-vu. Tra misure di sicurezza inadeguate e sovraffollamento, non mancano le analogie tra i due eventi. Francesco, oggi laureato in Rischio Ambientale e Protezione Civile, analizza le responsabilità delle istituzioni e la necessità di una nuova consapevolezza per evitare che simili stragi si ripetano.
D: Francesco, come hai vissuto la notizia della tragedia di Crans-Montana? Hai riscontrato punti di contatto con quanto accaduto a Corinaldo?
R: È stato stravolgente. Le analogie sono tantissime, a partire dalla gestione della struttura e del sovraffollamento. A Corinaldo mia sorella è morta su una rampa che a catasto risultava un magazzino agricolo; a Crans-Montana la dinamica ricorda terribilmente quella notte del 2018. In entrambi i casi, la percezione del rischio da parte dei ragazzi era minima, ma la colpa non è loro: è di chi doveva garantire la sicurezza e non lo ha fatto. Sentire di una strage ancora più pesante di quella di Corinaldo è una sconfitta personale rispetto alla promessa fatta a mia sorella.
D: Tu hai sottolineato che spesso i locali guardano più al profitto che alla sicurezza. Cosa manca davvero nella tutela dei ragazzi?
R: Manca la responsabilità di chi firma i permessi. A Corinaldo la commissione di vigilanza ha chiuso entrambi gli occhi su uscite di sicurezza non a norma e balaustre arrugginite. Anche per Crans-Montana emergono dettagli su materiali fonoisolanti infiammabili e uscite strette. Le norme ci sono, ma vengono bypassate perché “tanto non succede mai niente”. Invece succede, e a pagarne il prezzo sono giovani innocenti e le loro famiglie, che vedono la propria normalità distrutta per sempre.
D: Molti hanno criticato i ragazzi di Crans-Montana perché riprendevano l’incendio con i cellulari invece di scappare. Cosa ne pensi?
R: Mi fa rabbia sentire queste critiche. Un adolescente non sa che in un luogo chiuso il fuoco si propaga in pochi secondi o che il fumo uccide prima delle fiamme. Se nessuno ci insegna a scuola come comportarci in caso di incendio, non possiamo incolpare un ragazzo che documenta ciò che non comprende. La colpa è di chi ha permesso che quella festa avvenisse in un locale non idoneo. Dovremmo fare meno ore di storia e più ore di sensibilizzazione sui rischi reali.
D: In Italia si dice spesso che dopo Corinaldo i protocolli siano diventati più rigidi. Secondo i tuoi studi, siamo davvero più sicuri?
R: Le istituzioni italiane amano dire che siamo a posto, ma la realtà è che spesso facciamo i “puntigliosi” solo dopo che avviene il disastro. A Corinaldo le negligenze erano gravissime, eppure nessuno ha fatto mea culpa. Finché chi gestisce il potere penserà solo ai propri interessi e non a quelli della comunità, il rischio resterà altissimo. Crans-Montana dimostra che il problema è europeo e strutturale.
D: A sette anni dalla strage di Corinaldo, senti che è stata fatta giustizia per tua sorella?
R: Assolutamente no. La banda dello spray è in carcere, ma loro sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I veri responsabili sono i “colletti bianchi”, coloro che hanno dato l’agibilità al locale. In primo grado sono stati condannati solo per reati minori. Spero che l’appello ribalti questa visione inaccettabile. Senza una condanna per chi ha firmato quei permessi, né io né Benedetta sentiremo mai di aver avuto giustizia.
D: Chi era Benedetta e quale messaggio porti avanti in suo nome dopo i fatti di Crans-Montana?
R: Benedetta aveva 15 anni, era un’esplosione di energia e gioia. Ci siamo salutati la sera del 7 dicembre con la promessa di fare l’albero di Natale insieme il giorno dopo. Quella promessa non è stata mantenuta. Oggi affronto la vita con una consapevolezza diversa: la vita è un equilibrio sottile. Porto avanti il suo ricordo cercando di svegliare la coscienza dei miei coetanei, affinché non debbano mai più trovarsi in pericolo solo per il desiderio di divertirsi in un posto come Crans-Montana.