Donata Columbro: “Il modo in cui contiamo ogni femminicidio rivela le dinamiche di potere, perché analizzare il femminicidio è un atto politico”

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Redazione

Femminicidio: perché contare i dati è un atto politico necessario

In Italia, la narrazione della violenza di genere oscilla spesso tra la cronaca nera e l’emergenza emotiva. Tuttavia, raramente ci soffermiamo sulla struttura dei numeri. Donata Columbro, giornalista esperta di dati, spiega perché la mancanza di un database pubblico rappresenti un ostacolo alla prevenzione. Contare ogni femminicidio, infatti, non è solo un esercizio statistico. Si tratta invece di un’azione politica che determina l’efficacia delle leggi e la sicurezza delle donne.

D: Donata, tu sostieni che in Italia manchi uno storico trasparente. Qual è la situazione attuale dei dati?

R: Esattamente. Purtroppo non abbiamo un registro ufficiale nazionale che raccolga in modo granulare ogni femminicidio. Sebbene il Ministero dell’Interno e la Polizia possiedano i numeri, le istituzioni non li rendono pubblici in formato disaggregato. Questo significa che non possiamo analizzare facilmente lo storico per età, luogo o tipologia di relazione tra autore e vittima. Di conseguenza, senza questi dettagli diventa impossibile implementare politiche mirate per fermare la violenza alla radice. La trasparenza rimane quindi il primo passo fondamentale per la protezione.

D: Molti casi di scomparsa vengono inizialmente sottovalutati. In che modo i dati potrebbero cambiare l’approccio alle indagini?

R: Molte associazioni e giudici sostengono che le autorità dovrebbero trattare immediatamente ogni scomparsa di una donna come un potenziale femminicidio. Spesso, infatti, gli investigatori perdono tempo prezioso ipotizzando allontanamenti volontari. Se avessimo dati pubblici sulle persone scomparse che poi ritroviamo senza vita, cambieremmo radicalmente la gestione delle indagini iniziali. Il tragico caso di Giulia Cecchettin ha dimostrato chiaramente come la prevenzione passi anche attraverso un approccio investigativo diverso e più tempestivo.

D: Spesso i media parlano di “furia omicida” o “raptus”. Perché è invece fondamentale parlare di fenomeno sociale?

R: I numeri indicano chiaramente che, mentre gli omicidi generali diminuiscono, quelli contro le donne rimangono costanti. Questo dato conferma l’esistenza di un problema strutturale. Per questo motivo, le Nazioni Unite hanno creato dei framework specifici per definire il femminicidio. Queste morti, infatti, avvengono all’interno di dinamiche di potere ben diverse dalla criminalità comune. Trattare il problema come un fenomeno sociale significa smettere di guardare al singolo assassino e iniziare finalmente ad analizzare la società nel suo complesso.

D: La prevenzione si fa solo con nuove leggi penali o serve altro?

R: L’Italia possiede già moltissime leggi, dal Codice Rosso alle norme più recenti. Tuttavia, il problema risiede nel fatto che queste regole seguono quasi tutte un’ottica punitiva. Ma se un uomo decide di suicidarsi dopo l’atto, il reato non lo ferma affatto. Pertanto, il vero atto politico consisterebbe nell’investire in politiche per la casa e per l’occupazione femminile. Senza una reale indipendenza economica, infatti, una donna non possiede i mezzi per lasciare un nucleo domestico violento e pericoloso.

D: Esiste in Italia una diffidenza culturale verso i numeri e le statistiche?

R: Sì, e la scarsa trasparenza istituzionale alimenta spesso questa diffidenza. Le persone usano i dati come propaganda o come “pietre” per avere ragione, ma quasi mai come base metodologica. Basti pensare alla gestione dei dati sanitari digitali o ai recenti casi di spionaggio. Per questo motivo, abbiamo lanciato una petizione con associazioni come OnData e ActionAid. Chiediamo con forza che il governo pubblichi ogni dato sul femminicidio in formato aperto e trasparente, garantendo l’accesso ai cittadini.

D: Qual è l’augurio o il “piccolo atto di resistenza” che consigli per il 2026?

R: Chiedere i dati. Ritengo sia un nostro diritto sapere come lo Stato spende i nostri soldi e come misura i fenomeni che ci colpiscono. Dobbiamo prenderci cura delle comunità che analizzano questi numeri ogni giorno. Se un governo smette di raccogliere dati sulla CO2 o sulla violenza, quei problemi “scompaiono” magicamente dalla narrazione pubblica. Tuttavia, essi rimangono drammaticamente presenti nella realtà. Contare ogni femminicidio significa, in conclusione, impedire che la società dimentichi queste vite spezzate.